Matteo Salvini, l’uomo con la ruspa che prima chiede il confronto tv e poi scappa

Già dalla fine del 2013, appena eletto segretario della Lega Nord, Matteo Salvini ha dovuto dare un’impostazione diversa alla leadership del suo partito, ai minimi storici nei consensi e non rinfrancato dalla breve guida di Roberto Maroni.

Per quanto le posizioni e le idee del governatore della Lombardia possano essere quantomeno discutibili, è indubbio che, in confronto al suo predecessore Umberto Bossi, Maroni sia un modello di raffinatezza, eleganza e stile, occhiali rossoneri compresi. Ma la “raffinatezza” dell’ex ministro degli interni non si è dimostrata adatta all’elettorato leghista, abituato sin dalla nascita del partito per l’indipendenza della Padania ai modi semplici e rudi del fondatore del Carroccio.

Salvini e il suo staff della comunicazione capiscono subito che per ritornare a far breccia sui propri elettori, lo stile della leadership deve tornare ad essere quello interpretato da Umberto Bossi, dell’uomo rude al comando del suo popolo, con frasi fatte e slogan semplici, di facile comprensione a tutti, come ruspa, prima gli italiani (o il nord), rispediamoli a casa loro, mai più con Berlusconi, basta euro, spesso scritti sulle felpe e sulle magliette, da portare anche all’interno delle stanze istituzionali e nei tanto amati talk televisivi, vero grande palcoscenico del nuovo leader della Lega. Certo non sembra complicato poter sfruttare a proprio vantaggio lo spazio tv offerto quando il conduttore, l’intervistatore, l’autore, il montatore video, ed anche il costumista ed il truccatore del programma nel quale sei ospite fisso tu, o i tuoi principali collaboratori politici, sono sul libro paga del tuo principale alleato, e poter diventare così il nuovo eroe del telespettatore medio di Rete 4.

Ma il re dei talk, dopo aver richiesto per anni, anche con frasi molto “colorite”, in perfetto stile Salvini, un confronto televisivo con il segretario del Partito Democratico ed ex primo ministro, Matteo Renzi, alla fine si tira indietro quando l’occasione si fa concreta, campando scuse fantasiose come un Di Maio qualunque, come un cane che abbaia e sbraita dietro le sbarre del cancello e che se la dà a gambe appena questo si apre.

Ma Salvini non è nuovo a questo tipo di atteggiamenti. Dopo aver promesso di candidarsi nello stesso collegio in cui si fosse candidato Renzi, qualunque esso fosse, ha rifiutato di candidarsi in qualsiasi collegio uninominale, mostrando paura di un confronto diretto anche nella sua Milano, dove avrebbe potuto sfidare la tanto odiata e screditata Presidente della Camera, Laura Boldrini che aveva annunciato di volerlo sfidare a casa sua.

Quelle del leader della Lega (annunciare la sfida, criticare i competitors, ritirarsi dalla sfida, e offendere per poi scusarsi) sembrano ormai delle tecniche consolidate che rappresentano in pieno lo stile Salvini e che dimostrano che il leader del Carroccio è tanto bravo a fare campagna elettorale, quanto ad inanellare figuracce quando viene messo davanti ad un minimo di fact checking. Capita così che Salvini prometta agli operai dell’Alcoa di “rompere le palle” al ministro Carlo Calenda per risolvere la situazione delicata che questi si trovano ad affrontare, peccato che il leader del Carroccio, dopo aver fatto i selfie di rito con i lavoratori in difficoltà, non abbia poi trovato il tempo necessario per fare neanche una telefonata al ministro dello sviluppo economico, prova che per Salvini è tutto uno spot e dietro a tutto quel fumo non c’è una minima traccia di arrosto.

D’altronde da una persona come Salvini non ci si può aspettare coerenza, ma solo un altro “Ruspaaaaaaaaaaa”.