Caro Renzi, se i socialisti francesi sono al 15% la colpa non è di Hamon

Matteo Renzi, nel suo periodo da segretario del Partito Democratico, ha più volte mostrato il proprio disappunto per le nuove leadership degli altri partiti del centrosinistra europeo.

Anche durante l’assemblea nazionale di domenica, Renzi non ha perso l’occasione per esprimere il proprio fastidio per la vittoria alle primarie del centrosinistra francese di Benoit Hamon, definendolo un esponente dell’estrema sinistra e accollandogli le responsabilità del periodo nero del Partito Socialista francese.

Non è la prima volta che l’ex sindaco di Firenze affronta il tema della politica internazionale con pressapochismo solo per cercare di dimostrare che l’unica via possibile per il centrosinistra sia uno spostamento al centro, un ruolo di subalternità al centrodestra e l’abbandono delle battaglie che hanno caratterizzato la sinistra europea degli ultimi anni.

Ma se il Partito Socialista d’oltralpe vive una crisi profonda la colpa non si può sicuramente attribuire al nuovo candidato socialista alla successione di Francois Hollande. Hamon viaggia, nei sondaggi delle ultime settimane, fra il 14% e il 17%, mentre Manuel Valls, membro del club delle camicie bianche, veniva dato nelle settimane prima delle primarie per eleggere il candidato socialista alla guida della Francia, attorno al 10%. Valls, ex primo ministro francese, a differenza di Hamon ha avuto anni per mostrare le proprie abilità alla guida del Paese ed è stato bocciato dagli stessi sostenitori del suo partito.

Club delle camicie bianche che è stata una delle poche occasioni in cui Renzi si è mostrato vicino ad altri leader del centrosinistra europeo. Ma l’esperienza è stata disastrosa.

Se Manuel Valls sta vivendo un momento pessimo, non va meglio agli altri due membri del club. Pedro Sanchez è il protagonista della disfatta degli ultimi anni del Partito Socialista Operaio spagnolo. L’ex leader del PSOE, dopo aver lasciato la guida del partito in dissenso con la maggioranza dei parlamentari che voleva trovare un accordo per sostenere un nuovo governo Rajoy ed evitare la terza elezione in pochi mesi, è dato ora sfavorito al congresso, dietro di diversi punti rispetto alla rivale Susana Diaz. Va ancora peggio a Diederik Samson, leader del partito socialdemocratico olandese, che dopo aver ottenuto un ottimo 25% nel 2012, ha deciso di dar vita ad un’alleanza di governo con il centrodestra che ha portato il consenso del partito ai minimi storici, e si appresta ora a scendere sotto il 10% alle elezioni che si terranno fra meno di un mese.

Ma Hamon è solo l’ultimo dei bersagli del Partito Socialista Europeo contro cui l’ormai ex segretario del PD si è scagliato. Dopo l’elezione di Jeremy Corbyn a leader dei laburisti, ottenuta con il 60% dei consensi, Renzi non ha mancato di mandargli i suoi più cari auguri di buon lavoro con un bel: “ai laburisti piace perdere”, dimostrazione di grande rispetto per il neoeletto segretario di un partito alleato, che è riuscito a riavvicinare alla politica molti giovani, che hanno deciso di mettersi in gioco con una proposta di sinistra in discontinuità con le posizioni dei laburisti degli ultimi decenni. Molto probabilmente, l’ex primo ministro, avrebbe preferito Liz Kendall, sostenuta dal suo idolo Tony Blair, che è riuscita a raccogliere meno del 4,5%.

Hamon e Corbyn sono solo gli ultimi esempi del desiderio di una svolta a sinistra dell’elettorato di centrosinistra. Il doppio trionfo di Alexis Tsipras e la disfatta del Pasok in Grecia, il successo dell’alleanza di governo di sinistra in Portogallo, le alte percentuali di consenso di Podemos in Spagna e la corsa alle presidenziali americane di Bernie Sanders, che ha intimorito per molte settimane Hillary Clinton, poi sconfitta da Donald Trump, indicano che la strada che il popolo della sinistra intende intraprendere non è quella che porta alla terza via blairiana.

Renzi invece ha già dato il proprio endorsement al candidato centrista Emmanuel Macron, dividendo di fatto anche su questo tema il Partito Democratico, dove diversi esponenti della minoranza avevano auspicato la vittoria, prima di Montebourg, e poi del candidato trionfatore delle primarie socialiste, dimostrando ancora una volta che l’ex primo ministro è pronto a sostenere solo ad intermittenza i principali leader dei partiti del Partito Socialista Europeo, in base alla simpatia e alla vicinanza politica a lui, palesando per l’ennesima volta che più che guida di una comunità plurale, come quella del Partito Democratico, l’ex sindaco di Firenze preferisce continuare ad essere solamente il primo portatore della sindrome del renzismo.